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Studio sui Simbolisti

I Precursori

Come già sopra riportato, l’apertura dell’epopea del Simbolismo coincide con la presentazione dell’opera di Gustave Moreau, (nato il 6 aprile 1826 a Parigi, figlio di un architetto e morto a Parigi il 18 aprile 1898, sepolto nel cimitero di Montmartre) “Edipo e la Sfinge” nel 1864, al Salon di Parigi, tutto da ammirare nella esposizione di Ferrara. E’ possibile già ammirare la struttura, nello studio che ci è pervenuto, risalente al 1861 e custodito nel Museo Moreau di Parigi, vedi figura. Il dipinto in questione, già anticipa tutte le caratteristiche e potenzialità future del movimento, vedi figura. In primo luogo risalta l’utilizzazione di un mito di complessa provenienza: Egizia, Greca, Mediorientale….. Poi si nota la trasposizione nel più puro tradizionale dei linguaggi ermetici. In basso a destra una colonna sorregge un vaso misteriosamente sovrastato da tre teste di chimera o di drago, ve ne è forse una quarta invisibile, forse a richiamare i cherub posti sull’Arca dell’Alleanza.

In basso a sinistra un alberello, dalle foglie che sembrano di fico, si protende verso la luce, che passa tramite una spaccatura tra le montagne. In basso, un piede umano, appartenente ad un corpo riverso, ma non visibile, ed una mano, avvinta ad uno spunzone, segnano l’impossibilità per i mezzi più propriamente umani di far parte del quadro simbolico superiore. Ne fa parte a pieno titolo Edipo, che tiene in mano una lunga asta, lunga come il bastone del pastore della “Tempesta” di Giorgione…….
E sul corpo dell’Edipo salta e si aggrappa la Sfinge, corpo felino, ali d’angelo dal disegno mistico di linguaggi segreti e volto di donna regale, una zampa sul cuore ed una sul sesso della sua preda.

Edipo e la Sfinge si guardano fissi negli occhi in una espressione di sfida e di possesso. Notate come nello studio non c’è la colonnina, né la mano, né il piede…. Ciò consente di affermare che il simbolismo centrale dell’opera consiste nelle due figure centrali, e che il resto sia stato aggiunto successivamente solo come chiave di comprensione…….

Proviamo, in questa sede, a porgere come curiosità, un tentativo di interpretazione esperito da uno scrittore e studioso di esoterismo e misticismo, come Edouard Schurè, reso celebre soprattutto dalla monumentale opera “I Grandi Iniziati”, per il quale la corona della Sfinge simboleggerebbe la vittoria della natura sull’uomo, salvo aggiungere che poiché Edipo scioglie l’enigma con la sua risposta la natura, penetrata nella gerarchia delle sue forze, è vinta dall’uomo, che la riassume e la supera pensandola. Si potrebbero citare ulteriori opere di Moreau “Orfeo”, “Il giovane e la morte”, “I liocorni”, “Galatea”, “Il poeta morto”, “L’Apparizione”, 1876, conservata a Parigi, presso il Musée d'Orsay, nonché “Fetonte”, “La Tentazione”, e “Giove e Semele”. Infine è d’uopo chiudere col capostipite del movimento, segnalando l’opera, vedi figura, “Esiodo e la Musa” del 1891, conservata a Parigi, presso il Musée d'Orsay.

E’ un’opera dal messaggio profondo ed evocativo, l’allusione all’illuminazione mistica del grande tragediografo greco appare evidente nella forma angelica attribuita alla Musa, soprattutto con riferimento alle analogie tra alcuni riferimenti delle sue opere con la Genesi biblica. Alcuni commenti su quest’opera, sia pure in parallelo con altre, furono autorevolmente proposti, in “Nouvreaux Melanges” Paris 1954, da Marcel Proust, grande ammiratore di Moreau e con essi è possibile chiudere la pur breve trattazione del pittore emblema del movimento. ….il volto dello stesso eroe sembra partecipare altrettanto vagamente al mistero che l’intero quadro esprime…..e la Musa ha l’aria di trovarsi lì suo malgrado, modulando sulla sua lira un canto…” Altro antesignano del movimento è stato Pierre Puvis de Chavannes, nato a Lione - Francia, 14/12/1824, morto a Parigi - Francia, 24/10/1898. Il tratto preminente di questo pittore è che il lungo soggiorno giovanile in Italia, ed il bagno di classicismo che ne è derivato, lo hanno reso ancora più vicino all’allegoria che non al simbolo. La Mostra ha reso accessibile per noi forse uno dei più bei capolavori di tale artista: “Fanciulle in riva al mare”, 1879, conservato a Parigi, presso il Musée d'Orsay, vedi figura.

Si tratta di un dipinto che, nel solco del simbolismo legato al numero tre, ispirerà, trascendendo il tema classico delle tre grazie, negli anni a venire, gli artisti più svariati, fino a Coucteau, ne “I Tre Volti” ed a Dalì, nella raffigurazioni dei tre volti di Gala. Sempre nello stesso filone classicistico l’altro dipinto “La Morte e le fanciulle”, 1872, conservato a Parigi, presso il Musée d'Orsay, vedi figura. In esso le fanciulle danzano piene di energie e la morte appare invece spossata, più che strisciante, come svuotata dalla vitalità dell’archetipo femminino che esplode intorno ad essa. Cosa c’è di più opposto alla morte della donna, eterna culla della vita? Per chiudere l’esame di questo settore citiamo i preraffaelliti Dante Gabriele Rossetti del quale suggeriamo di ammirare l’opera “Beata Beatrix” ed Edwuard Burne-Jones di cui suggeriamo invece la visione de “La Principessa Addormentata”. Un breve cenno a parte merita la vicenda artistica di Felicien Rops, nato a Namur nel 1833, morto nel 1892, ormai cieco, oltre che pittore, straordinario disegnatore a matita e caricaturista.

Fu folgorato dall’incontro con Charles Baudelaire, venendo ricambiato dalla stima del poeta, che scrisse a Edouard Manet, nel 1865, di come considerasse Rops l'unico vero artista tra tutti i belgi che aveva conosciuto. Le sue opere gli valsero l'ammirazione di molti suoi contemporanei, come Théophile Gautier, Alfred de Musset, Stéphane Mallarmé, Jules Barbey d'Aurevilly e Joséphin Péladan. Rops fu inoltre molto vicino ai movimenti letterari del simbolismo e del decadentismo: come i lavori degli scrittori appartenenti a queste due correnti, le opere di Rops tendevano a mescolare sesso, morte e immagini sataniche. A tale proposito esplicative sono le parole del principale esponente italiano della letteratura decadente. Gabriele D’Annunzio, “La vita ovunque” in “La Tribuna”, 19 maggio 1885 :

Ma nella corruzione, ma nella voluttà, nell’intensità della lascivia, nessuno supera Félicien Rops. Félicien Rops è un grande artista di cui forse un giorno potremo parlare a lungo e degnamente. Egli ha un’affinità spirituale con Carlo Baudelaire; è di una modernità profonda, d’una sottilità meravigliosa. I fiori della sua arte sono fiori del male, fiori che sorgono nutriti dalla putredine della vita contemporanea. Egli è uno di quelli che si chiamano decadenti e che amano e studiano la decadenza e vogliono nella decadenza rimanere. Tra le sue opere, qui riprodotta, vedi figura, è “Satana che semina la zizzania” del 1882 custodita a Saint-Germain-en-Laye, Musèe départemental Maurice Denis La Prieurè. Si tratta di un’eliocomposizione ritoccata con vernice molle che riproduce un quadro simbolico tipicamente decadente, nel senso descritto e condiviso dal D’Annunzio.



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